Prefazione – Non chiedermi quando E. Parravicini

Il titolo Non chiedermi quando di Enrico Parravicini contiene al suo interno, e quindi ad un livello pre-testuale, due termini e rilevamenti che possono essere indicativi dell’intera produzione dell’autore. Innanzitutto la congiunzione temporale “quando”, in quanto proprio il tempo è parte costituente della silloge, e in associazione ad essa la negazione “non”, da segnalare tra i lemmi con buona occorrenza nella silloge. Parravicini ammette (e scopre) di amare ancora il mondo, ma il suo itinerario, che segue una disposizione pressoché cronologica, diviene anche un diario dell’anima in cui si scorgono gli elementi sostanziali della propria emozionalità (più o meno biografica), ma al contempo il dubbio della ricerca. Nell’ampio arco temporale che va dal 1999 al 2016 aspetti come la noia e il ricordo si intessono continuamente, identificandosi in un sostrato sotterraneo ora più evidente ora meno. Che la negazione e il dubbio siano parte sostanziale della silloge si coglie non solo dall’occorrenza lemmatica, ma anche dalla partecipazione del non-essere (vedi il caso esemplificativo di Aspettando Rebecca). La posizione del poeta si fa, dunque, gnoseologica, in una prospettiva oppositiva, tanto che l’ossimoro diviene una costante a livello stilistico. Si pensi all’accostamento, straniante e altamente metaforico, di mute presenze che hanno stuprato il “suo” dolore, o ancora la ricerca di una linea luministica che possa schiarire un percorso tracciato e instabile: «I miei occhi vagano / in cerca della luce / che non ricordo. / La mia mente percorre / teoremi indimostrabili. / Il mio cuore accoglie / ora e per sempre / il tuo dubbio. // Lo blandirò / perché rinasca altrove / in segreto» (Studio di prospettive). Il titolo della lirica appena citata ci riconduce entro un altro alveo, che consiste nell’indagine sulle maschere (che siano personali o altrui) in una inconsistenza pirandelliana della classificazione tra follia e sanità. Il poeta è, proprio in questo caso, lettore attento della contemporaneità, del fluire di coscienza-incoscienza che ha caratterizzato l’uomo negli ultimi cinquant’anni. «Cercare altrove, / oltre le difese deboli / della mente, / l’osmosi cerebrale / che di nuovo mi consegni / alla follia».

Questo ricondursi alla follia è al contempo un modo, o il modo, di trovare “requie”. Non si pensi però che la poesia di Parravicini sia cerebrale, anzi è talmente connaturata al suo spirito e al suo sentire che si muove con naturalezza, in cui il proprio immaginare e il proprio sentire condizionano i pensieri, i ricordi, ma persino i fatti e le descrizioni. Su quest’ultimo punto vorrei fare un ulteriore accenno. Se consideriamo la presenza paesaggistica o le descrizioni del mondo reale, non abbondanti al dire il vero, si può notare quanto di interiorizzato vi sia nella presenza degli elementi. Tutto è filtrato all’interno di una soglia non sempre coglibile all’apparenza: il poeta. La dimensione per eccellenza entro cui egli muove questi aspetti è il ricordo, spesso di figure intuibili e non identificabili testimoniate da un “tu” generico, altre volte da figure ben determinate (padre). Ecco che la memoria risente anche di quel rapporto positivo-negativo e di quella assenza-presenza che caratterizza la silloge: «Memore di vite non vissute / salgo la china inerte / del tempo / ad incontrar speranza / là dove lasciai certezza». Vi è una contemplazione della fine che rientra nella possibilità e, nella consapevolezza di essa, si dirama la riflessione sulla totalità del vissuto e del vivibile. Ma spesso vi sono dei ritorni, delle rimeditazioni, degli stadi che permangono. Un segnale, in tal senso, mi pare indicativo: la poesia conclusiva riporta in calce una data molto ampia, 1975-2016, a significare il costante effluvio del suo autore.

 

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •